I signori di Fénis


ACCENNI ALLA STORIA E ALLE ORIGINI DEL CASTELLO DI FENIS

 

La famiglia che tradizionalmente è considerata proprietaria della signoria di Fénis è quella degli Challant. Le prime testimonianze relative al possesso di beni a Fénis da parte degli Challant si trovano in due atti di donazioni in favore della chiesa parrocchiale di San Maurizio e risalenti rispettivamente al 1197 ed al 1199. Per avere delle testimonianze ufficiali di un potere più organizzato da parte della famiglia bisogna però attendere il 1242. Il diciannove dicembre di quell'anno il visconte Goffredo, assieme ai fratelli Aimone e Bosone, riconobbe di tenere in feudo dal conte di Savoia, oltre al castello di Fénis, il territorio a partire da Barche.

Il possesso di beni e poteri nell'area compresa all'interno dei confini della signoria non era esclusiva, ma, come avveniva in realtà per molte altre giurisdizioni feudali, aveva al suo interno delle aree in cui il potere era esercitato da altri nobili. A Fénis erano così presenti i nobili di Sarre, quelli di Nus e quelli della Tour de Gressan.

La dominazione degli Challant fu la sola, però, ad essere esercitata su Fénis sino al 1716, quando, per far fronte a difficoltà economiche, che già li avevano spinti ad ipotecare la loro signoria, cedettero il feudo a Francesco Castellar di Saluzzo Paesana. Quest'ultimo conservò la dominazione sino alla fine del Settecento, quando, in Valle d'Aosta, vennero aboliti i censi feudali e i diritti signorili.

 

Le origini

La nascita e le prime fasi di sviluppo del castello di Fénis continuano a restare del tutto sconosciute.

Come nel caso di Issogne è abbastanza immediato chiedersi se la sua origine più antica non possa essere stata una villa rurale romana, anche se, a differenza di Issogne dove questa origine è testimoniata archeologicamente, nulla permette di confermare quella che per ora resta una semplice ipotesi teorica.

Di fatto ignoriamo la storia del castello fin oltre il 1200, tanto che prima di quelle date non possiamo neppure affermarne l'esistenza. Bisogna, infatti, arrivare al 1242 per trovare le prime citazioni del Castrum Fenitii come proprietà del patrimonio della famiglia dei visconti di Aosta, ovvero gli Challant.

 

Il castello di Aimone di Challant

Le fonti storico narrative antiche attribuiscono il riassetto del castello, così come lo si vede oggi, ad Aimone di Challant.

I documenti legali dell’epoca citano una sala "nova" a partire dal 1342, ciò ci permette di fissare al 1340 circa la data del primo intervento di Aimone.

Sicuramente il periodo che va, all’incirca, dal 1320 al 1420, vede il susseguirsi delle due lunghissime signorie di Aimone e di suo figlio Bonifacio I ed è determinante per l'edificio che assume un assetto quasi definitivo.

Possiamo considerare appurato che sia stato proprio Aimone ad aver fatto assumere al nucleo centrale dell'edificio l'assetto attuale dalla pianta vagamente pentagonale. Il castello, infatti, comprendeva in origine, sulla base dei primi documenti scritti pervenutici, la torre quadrata, quella colombaia sul lato sud, un corpo abitativo e una cortina muraria.

Completamente diverso doveva essere poi l'interno del castello. Rispetto ad oggi dovevano mancare tutto il secondo piano dell'edificio nonché tutto quel corpo di fabbrica che sta dietro alla parete di fondo dell'attuale cortile.


Il castello di Bonifacio I di Challand, il Maresciallo

Un'ulteriore tappa nello sviluppo del castello è data alla successiva signoria di Bonifacio I di Challant, figlio di Aimone.

I suoi lavori sono documentati tra il 1393 e il 1395 ma si può ipotizzare che si siano protratti anche oltre quella data.

Le operazioni condotte nell'edificio adattarono la allora esistente dimora fortificata alle esigenze della vita cortese. I rifacimenti consistettero in un riallineamento di tutti i livelli orizzontali interni. Venne realizzato il cortile con lo scalone semicircolare e il loggiato ligneo, vennero sistemati i principali locali di rappresentanza, i camini e gli infissi secondo un gusto più aggiornato, e venne realizzata la superba decorazione ad affresco del cortile e della cappella. Si lavorò, però, anche all'esterno del corpo centrale, sistemando tratte di mura e soprattutto allestendo una prigione in quello che veniva chiamato regolarmente "rivellino", che possiamo identificare nel gruppo delle tre torri di ingresso, in particolare quella mediana.

Accanto alla dimora del signore trovavano luogo il giardino per gli svaghi della famiglia e degli ospiti, l'orto e la vigna, con precisa funzione agricolo-produttiva.

Nei primi decenni del XV secolo Bonifacio si trova nell'occasione di compiere un ultimo intervento al castello, questa volta solo decorativo, ordinando i cicli di affreschi che ricoprono le pareti del cortile e della cappella.

Si rivolse al maggior artista gotico internazionale piemontese: Giacomo Jaquerio. Non si è concordi sull'intervento diretto o meno del maestro, ma è innegabile la presenza, quanto meno, dei suoi collaboratori.

Dopo tali interventi ne risulterà ancora potenziato quell'aspetto di vera e propria piccola "corte" che sembra così consona alle personalità sia di Aimone che di Bonifacio.

 

Il castello, la regione, il paese

I conti della campagna di restauri del 1393-1395 contengono una gran quantità di nomi di artigiani, capomastri, fornitori, trasportatori impegnati nei lavori.

Il confronto tra questi dati e quelli che stanno emergendo dalle ricerche storiche su altri castelli valdostani (Quart, Aymaville e Cly), e della torre dei Balivi di Aosta permette finalmente di tracciare una prima mappa geografica dell'organizzazione del lavoro edile in Valle nei decenni a cavallo tra XIV e XV secolo.

Ciò che emerge dai conti è, soprattutto, il ruolo esercitato nella costruzione del castello dalle manovalanze impiegate sul cantiere, di provenienza chiaramente locale.

Tra i fornitori dei materiali da costruzione vi erano sicuramente personaggi di spicco nella vita economica della comunità. Inoltre i boschi di Clavalité erano sicuramente una vera e propria miniera di materia prima per il loro lavoro mentre le acque impetuose del torrente e dei rivi laterali dovevano fornire l'energia necessaria al funzionamento delle seghe idrauliche.

 

Dal Cinquecento alla prima metà dell’Ottocento. Le ultime trasformazioni del castello e il suo degrado

Al periodo tra Cinquecento e Settecento risalgono soltanto minime tracce di interventi sul corpo del castello, che si riducono a piccoli frammenti decorativi isolati, sparsi nelle diverse sale dell'edificio.

Al Seicento, in particolar modo, sembrerebbero doversi assegnare l'albero genealogico dipinto al secondo piano sul cortile e gli affreschi con paesaggi locali della fascia superiore della sala bassa dell'ala meridionale.

Quello che appare certo è che, a parte i limitati interventi decorativi citati, il XVI e il XVII secolo per il castello dovettero segnare un lungo periodo forse non di degrado ma quanto meno di stasi e di amministrazione assolutamente ordinaria.

Il degrado vero e proprio inizia nel XVIII secolo quando la proprietà del castello passò di mano in mano a varie famiglie valdostane che lo adibirono a casa colonica privandolo anche delle più ordinarie operazioni di manutenzione.

 

L'Ottocento. Alfredo d'Andrade e la riscoperta di Fénis: da casa colonica a Monumento nazionale

 Nel1895 la famiglia Rosset, ultima proprietaria privata del castello, vende il castello allo Stato italiano per mezzo del Signor Alfredo d’Andrade, pittore portoghese arrivato a Fénis nel 1865.

Il ruolo di d'Andrade fu fondamentale nel recupero del castello.  La situazione doveva essere davvero disastrosa ed è documentata da una serie di fotografie conservate negli archivi della Soprintendenza ai Beni artistici del Piemonte. Le prime operazioni furono di vera e propria messa in sicurezza e di sistemazione delle infrastrutture che sarebbero poi state necessarie ai lavori successivi. Nel 1897 fu tracciata la nuova strada di accesso all’edifico da est.

Le direttive fissate in queste prime campagne di intervento al castello sarebbero valse di fatto per due decenni, anche quando, ormai vecchio e malato, il d’Andrade partì per Genova. A questo punto i lavori passarono sotto la conduzione di Seglie.

La scelta di fondo fu quella di piccole risistemazioni, spesso di fortuna, altamente selezionate in rapporto alle più immediate esigenze di conservazione e dettate dalla scarse disponibilità economiche.

Sta di fatto che i lavori comunque procedettero. Dopo aver rifatto tutti i tetti e ripassato le murature pericolanti, mettendo così in sicurezza l'edificio, i tecnici della Soprintendenza passarono al rifacimento dei solai, alla realizzazione di nuovi serramenti e al consolidamento delle cinte murarie esterne.

Agli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, invece, risalgono il riarredo del castello e il rifacimento della seconda cortina muraria. A tutte le diverse campagne susseguitesi a partire dal 1897 avrebbe partecipato ancora una volta buona parte della popolazione del comune.

Da qui comincia la storia più recente del castello di Fénis, che è quella, fino ad oggi, di uno dei monumenti più amati e visitati dell’Italia settentrionale.